Il redentore abdicato

Malcesine

abdicare v. tr. e intr. [dal lat. abdicare, comp. di ab «da» e dicare «consacrare»] (io àbdico, tu àbdichi, ecc.; aus. avere). – 1.A. al trono (meno com. il trono), o assol. a., rinunciare volontariamente al potere sovrano: Carlo Alberto abdicò il 23 marzo 1849.2. estens. a. Rinunciare, formalmente o no, a qualche cosa: a. a una eredità, a una carica, a un proprio diritto(ant. anche a. un diritto); sottrarsi, venir meno a: a. ai proprî doveri. b. ant. Ripudiare: abdicò Olimpia e prese per moglie una sua nepote (Boccaccio).

[tratto dal sito della Treccani]

E così, quest’anno il Coronavirus si è portato via anche il Redentore, coi suoi fuochi, le feste e gli ubriachi ammerda in ogni angolo di città. Per carità, qualcuno c’è, impenitente, ma sono pochi. Così come pochi i turisti, ma sempre di più pian piano, e pochi i visitatori della Chiesa. Venezia si è dimenticata la propria storia, è abdicando al proprio ruolo e alla propria identità (eleggendo un furlàn, a suo tempo) che ha perso il regno e il potere. Oggi dimentica persino se stessa, e non ha nemmeno il coraggio di liberarci dalla peste moderna, questo virus appunto, in occasione della memoria della liberazione dalla peste antica. Neanche il prete ci ha fatto cenno. Che tristezza. Ma quante abdicazioni ci sono, in giro, di questi tempi. L’Occidente che abdica al suo cristianesimo, che è stata la sua bandiera per due millenni, e oggi che si bruciano le chiese in Francia nessuno si scandalizza. Domani toccherà anche all’Italia, probabilmente.

Ma veniamo più vicini, veniamo a noi, entriamo nella carne delle nostre vite. Stasera abbiamo cenato sull’altana, al fresco, come sempre con la famiglia di F. Niente barca del nonno, però, perché Venezia ha abdicato ai fuochi, alle feste, ai balli nei palazzi importanti.

Noi cinque siamo tornati ieri dalle vacanze, e anche in questa settimana quante delusioni. F ha abdicato al suo ruolo di marito (per me) e di padre (per i nostri figli). Pensa solo a sé, e ne è de tutto inconsapevole; gli sembra normale. E io a provare a stimolarlo, a farlo rendere conto di diversi problemi che inevitabilmente affliggono i nostri figli, data la sua assenza di spirito… ma a un certo punto mi sono stufata. Ho abdicato anch’io. Come madre, come moglie. Ci si prova allo sfinimento, a tirar su una famiglia bella, solidale, ricca di spirito e di amore, ma c’è bisogno di uno sforzo collettivo, almeno da parte dei due genitori, che insieme spingano tutti verso l’obiettivo dell’armonia. Ma se spinge solo uno… dopo un po’ basta. Ho tirato i remi in barca, non ho più spronato nessuno. Ed è andato tutto meglio. Sedersi sul bordo de fiume a guardare la corrente, fottersene di come crescono i pargoli, dei loro litigi, del futuro che li (e ci) aspetta… mi sono adagiata, e apparentemente sono stata meglio: anche F se ne è compiaciuto. Ma nel cuore, la morte. Se nemmeno i miei figli mi bruciano nelle vene, cos’altro lo farà?

E A? Che senso hanno avuto i suoi messaggi?

Niente, più niente ha senso ormai. Si naviga nel buio, cosa ci si può aspettare?

Recensione: Cambiare L’ acqua ai fiori – Valérie Perrin – e/o

L’ho iniziato a leggere perché consigliata da un’amica tempo fa, e oggi sono quasi dispiaciuta che abbia tutto questo (meritato) successo. Perché in fondo siamo tutte un po’ orgogliose, no?, quando “scopriamo” un qualche libro particolare, poco noto… poi questo invece scala le classifiche e mi sento meno “esclusiva”, meno particolare anch’io, come se ci fosse una sorta di transfert di originalità dal volume alla lettrice… ma proseguiamo.

Il libro è molto bello. Narra la storia di una donna, Violette Toussaint (Viola Ognissanti, in italiano, lo traduco in modo barbaro ma c’è un motivo), che appena nata era stata abbandonata.

Dopo varie peripezie riesce a sposarsi, trovare lavoro come casellante, prima, e come custode di un cimitero poi. Nel frattempo succedono molte cose: un lutto molto molto importante, un abbandono che la lascia più o meno indifferente, la ripresa del gusto della vita a opera di un guru appassionato di giardinaggio che sceglie di andare a passare la vecchiaia in India.

Ci sono molti colpi di scena, molte amicizie che nascono, amori, figlie e suoceri, il colore e il profondo significato del mare, tanti colori, profumi, candele, infusi e sempre magra e ben vestita.

Praticamente la donna perfetta, se non fosse che in realtà nessuna donna può onestamente invidiarla, dato ciò che le succede.

Certo, il fatto che l’autrice sia la moglie del regista Claude Lelouch traspare (due citazioni dei film), così come traspare la competenza della sceneggiatrice di professione. Però il fatto che sia “la moglie di” puzza sempre un po’ di paraculaggine, oltre che di sudditanza. Ma forse in Francia l’editoria è simile a quella italiana (non lo so), e similmente alla Mazzantini (moglie di Castellitto) certe aderenze contano.

Sono stata laconica, me ne rendo conto, ma sconfinerei nello spoiler, e non si fa. Se siete donne, leggetelo. Se siete uomini, leggetelo ancora di più: capirete molte cose. Forse.

Camminare, guardare avanti

Che sia davvero possibile, guardare avanti?

A Venezia sono tornati i barbari, dicono. Be’, a me non dispiace in fondo che siano tornati un po’ di turisti, prima sembrava di camminare in The Walking Dead (peccato che non abbiano fatto uno spin-off a Venezia).

Oggi invece calore, bambini, risate, sorrisi. Soldi che entrano nelle casse dei negozi. Però però però.

Appena esci dalla linea del caos (ed è la maggioranza della città), o anche solo torni nella banale settimana, ti accorgi che lo sfarzo e il disossamento metodico del turista non può più esistere. Moltissime serrande chiuse, negozi che non aprono, né riapriranno.

Ieri ai giardini di Sant’Elena, mentre i ragazzi più piccoli giocavano (F e il grande ovviamente sono rimasti a casa al computer), c’era una ragazza, avrà avuto meno di trent’anni, seduta su una panchina un po’ in disparte. Era bella, curata, semplice. Non era chiaramente una turista, ma non la conoscevo. Stava piangendo. In silenzio, umilmente, con gli occhi bassi.

Mi è dispiaciuto per lei, avrei voluto andare ad abbracciarla… poi la piccola mi ha chiamata, doveva tornare in fretta a casa per un bisogno urgente. E pace.

Però ho ripensato a quella ragazza triste, sommessa. Chissà se piangeva per amore. O magari perché ha perso il lavoro, o un suo caro, o un amico, o un’amica. Non lo saprò mai. Ma il dolore travalica le esperienze, ed è comprensibile in modo universale.

Cara ragazza, spero che già oggi vada meglio; ma sappi che il dolore ti accompagnerà, sempre. Diventerà meno acuto, molta vita si sedimenterà sopra, seppellendolo; ma sarà sempre lì, nelle profondità del tuo cuore, a tenerti compagnia, anche quando dovrai rispondere, come faccio io ogni giorno, “bene” a chi ti chiede come stai.

Ho provato a guardare I ponti di Madison County. Ho pianto dopo dieci minuti. Ho spento. Riproverò. Ci si riprova sempre.

I sogni non ti mollano mai

Cuori che volano via

Produci. Lavi. Cucini. Le gite con la famigliola. I bimbi che crescono.

Tutto come una macchina, senza senso, ripetitiva. Perché la luce non c’è più, nulla ti fa andare avanti. Meccanismi che girano, e nulla più.

Ma se il corpo e la mente restano morti, durante il giorno, la notte si risveglia l’inconscio. E ti fa sognare. A tra le mie braccia, sul divano, spogliati, in difficoltà a trattenerci. F che apre la porta, io che mi nascondo a vestirmi. Eppure è tutto un sogno.

Oggi avrei voluto scrivere dell’iconoclastia dilagante, del dominio dell’ignoranza che sta prendendo il sopravvento, dei cazzi in piazza San Marco, ma non me ne frega più niente di niente.

Vorrei vedere “I ponti di Madison County”, ne ho letto e ne sono incuriosita. Dovrò vederlo di nascosto, per non farmi scoprire a piangere.

I tigli della vita, i tigli della morte

Il profumo, non dimenticherai mai il suo profumo

Oggi mi sono vista con A. È per questo che non ho scritto altro: aspettavo questo evento come si attende una boccata d’aria dopo un’apnea a 30 metri sott’acqua. Null’altro conta, né la grandine né i figli. Nulla.

Ci siamo visti per lavoro. Il solito lavoro. I libri da fare, quelli in lavorazione, idee per il futuro. Parlare, vedersi, e infine perdersi.

Sapevo che non sarebbe successo nulla, al di fuori. Due persone adulte, che firmano contratti al bar, parlano di lavoro, discutono di affari e di diletto.

Non succede mai, niente. Non può succedere, perché altrimenti andremmo in frantumi.

C’erano i tigli, il loro profumo era buono, dolce, opprimente. Poi è arrivato A, e a solleticarmi le narici è stato il suo profumo buono, mi ha avvicinata come sempre, senza alcun timore, come nulla fosse. La sua delicatezza, il suo modo accorto di muoversi, di parlare. Mentre discuteva di non so più cosa mi sono persa nei suoi occhi. È stato come affondare in una piscina calda, un oceano di piacere, il gusto di ascoltare la sua voce accomodante, il suo eloquio chiaro, il suo modo perfetto di spiegare le cose. I suoi capelli, morbidi, le sue mani grandi. E io mi sono persa. “Ecco, sta succedendo ancora”, ho pensato.

Succede sempre, succederà ogni volta anche in futuro.

Ed è per questo che stasera sono cattiva in casa, sono una iena in gabbia: perché io, la mia vita, vorrei viverla con lui, ogni giorno per sempre. E io, questa vita qua, invece, non la voglio. Preferirei mille volte morire, crepare secca, piuttosto di continuare questa pantomima della famigliola felice mentre io muoio ogni cazzo di giorno. La farei finita subito se potessi, ma poi guardo i miei figli, carne della mia carne, giocare a tavola, scherzare su cosa hanno fatto oggi in barca col nonno, ridere tra loro per la piccola che si bagna col bicchier d’acqua.

Chi li tirerebbe su? Chi li ammaestrerebbe a evitare i pericoli del mondo, chi li consolerebbe delle ferite, chi insegnerebbe loro i veri valori del vivere? Chi gli direbbe di evitare di innamorarsi? Perché è questo, l’amore, quando capita nell’età sbagliata: voler morire, e non poterlo fare per amore dei figli.

È per questo che mi sento cattiva, ma piango lo stesso mentre sono da sola, F è a fare le cose sue, i figli guardano i cartoni dopo cena e A… vive con sua moglie, con suo figlio, struggendosi come me.

Che il domani arrivi presto, che molto lavoro ci annienti, cosicché non dovremo più pensare o riflettere. Soprattutto non pensare a ciò che ci tiene ancora vivi: il profumo delle sue mani, quello dei tigli che ci hanno visti sorriderci.

Pioggia a Venezia

Il mio umore di oggi

Oggi a Venezia piove. Stasera sono sdraiata nel nostro letto, ovviamente F è al computer a fare le sue cose di lavoro. Io guardo le travi del tetto, con la luce soffusa dell’abat-jour, e ascolto il rumore della pioggia.

Ho sentito le sirene, sto già immaginando i quattro centimetri di acqua che in questo momento, due piani più giù, bagnano i monopattini nuovi dei bimbi, dopo che a novembre abbiamo dovuto buttare quelli vecchi. Vabbè. Per fortuna c’è la tecnologia, che ci dà almeno un po’ una mano a prevedere i problemi. Almeno un po’ eh, perché non è certo una panacea.

La app che ci dà un po’ una mano, ma che a novembre sembrava permanentemente ubriaca.

Oggi pomeriggio dopo il lavoro siamo andati io, F e i due bimbi a fare delle compere. Il grande è rimasto a casa, doveva fare delle cose al computer, ha detto, e io mi preoccupo sempre più al pensiero che possa seguire troppo le orme di suo padre. Non si rende conto del pessimo esempio che gli sta dando?

Ho detto loro di entrare nel negozio, io ho voluto rimanere fuori. C’era un piccolo portico, mi sono fermata lì sotto. Guardavo il canale dal colore verde scorrere di fianco, ma soprattutto ascoltavo. Ho chiuso gli occhi, appoggiandomi alla colonna di marmo gelido. Ascoltavo l’acqua. Le gocce sui masegni, il gorgoglio dentro le grondaie, e lo sciacquio alla sua uscita, il rumore quasi metallico della pioggia cadere sulla superficie del canale. Che meraviglia.

Quando piove sono triste, è un cliché banale, ma oggi lo sono in modo profondo. Perché mi manchi, A. Quando c’è il sole e si è più o meno contenti non è difficile dimenticarti, o fare finta. Quando invece sono triste, è naturale cercare la felicità, l’unica vera fonte di gioia. E sei, e sarai, sempre e solo tu.

Mi manca la tua risata, il profumo e il lieve setore dei tuoi capelli, le tue mani tozze e amichevoli, le tue dolci carezze.

Che difficile vivere, a volte.